Il lavoro cementificato

Poco tempo fa mi è capitato sotto mano un articolo letto su un giornale locale, dove il vice-sindaco di Savona Livio Di Tullio sosteneva bellamente che i nuovi progetti residenziali porterebbero lavoro alla comunità locale. Ragionamento contorto e fazioso, visto che con questa crisi devastante, basta buttarla sul lavoro che tutto deve essere accettato supinamente dai cittadini. In realtà il ragionamento non sta per nulla in piedi, visto che il “lavoro” non si crea costruendo una palazzina, ma creando delle condizioni socio-economiche per cui si possa fare impresa.

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Già, quello che né politici, né sindacati dicono. Il lavoro non si crea dal nulla, assumendo persone in maniera random o facendo interventi spot sul territorio (che poi lasciano anche danni), ma permettendo a chi ha un’idea o a chi ha del capitale di metterlo nel mercato e diventare uno degli attori dell’economia. Quello che definisco valore aggiunto, ossia un’impresa che, producendo beni o servizi, genera un ritorno positivo alla società e all’economia locale prima e nazionale poi. Che è un po’ simile alla definizione economica del valore aggiunto, ossia il concetto per cui l’attività di lavorazione di un bene incrementa il valore del bene stesso. Vero, trasformare una serie di mattoni, calce, cemento e quant’altro in una casa ha generato valore aggiunto, ma non per la società, visto che non c’era assolutamente bisogno di quella casa.

Il cemento è finito

Quello che il caro Di Tullio evita di dire è che il mercato immobiliare è saturo. Nessuna nuova palazzina è in grado di portare lavoro o di rilanciare un settore ormai al collasso per mancanza di domanda. Già, perché abbiamo talmente tanti palazzi e case vuote, che ormai anche chi ha i soldi non li investe più nel mattone. Chi cerca casa è impedito dalle banche che non erogano credito e dalle eccessive garanzie richieste, che cozzano con le condizioni di contrattazione lavorativa delle persone. In genere si richiede un tempo indeterminato ed un minimo di salario netto. Ma al giorno d’oggi, soprattutto tra le giovani coppie, chi è in possesso dei requisiti? E la garanzia ipotecaria le banche stanno cercando di non accollarsele più, in quanto i loro bilanci sono drogati da immobili e da operazioni immobiliari discutibili. Logicamente quindi non c’è più esigenza di costruire del nuovo, perché il sistema è inceppato e saturo, non essendoci più nulla in grado di farlo girare.

Vorrei però soffermarmi sulla questione lavoro, tanto cara al PD. Mettiamo cifre random per ipotizzare uno scenario. Premesso che chi ha il diritto (che è una facoltà in virtù dell’esistenza di indici edificabili all’interno di un piano regolatore, non un diritto acquisito, e quindi suscettibile a modifiche) di costruire deve pagare un onere all’amministrazione (il permesso di costruire, ed a volte tali oneri vengono scomputati per ottenere altri tipi di opere di pubblica utilità, ma qui apriamo un altro discorso), il costruttore ha due scelte: utilizzare capitale proprio, oppure avviare un’operazione immobiliare con un istituto di credito. L’operazione immobiliare può avere diversi risvolti, come una joint-venture tra la banca e il costruttore o, più sovente, dare in garanzia l’immobile ancora da costruire. Supponiamo quindi che il valore di costruzione del tutto si aggiri al milione di euro e il valore dell’immobile terminato valga due milioni.

Quel bel milioncino uscirà dalla banca ed entrerà in disponibilità del costruttore che dovrà pagare le imprese che eseguiranno i lavori, a meno che già lui non sia anche imprenditore edile. Ipotizziamo che lavorino circa 5 ditte, una puramente edile che si occuperà delle opere strutturali, una di elettricisti che si occuperà della posa dell’impianto elettrico, una di idraulici che si occuperà dell’impianto idraulico, una per l’ascensore ed una per impianti di climatizzazione. Difficilmente il costruttore si rivolgerà a cinque ditte in crisi o cinque ditte di nuova costituzione e difficilmente vedremmo impiegati più di 40 persone sull’arco di ipotetici 60 mesi necessari alla costruzione della palazzina (facciamola di quattro piani e otto appartamenti). Si rivolgerà a ditte già sul mercato, di fiducia, magari anche in crisi, chi lo sa, ma non genererà posti di lavoro, se non una tantum, ossia finalizzati al completamento dell’opera. Si tratta quindi di usare un milioncino di euro per sanare quasi sicuramente debiti regressi delle aziende impiegate: questo è normale, che siano stipendi arretrati o imposte dovute. Anzi, con i recenti aumenti delle tasse dei governi Monti-Letta-Renzi, questi soldi serviranno per pagare imposte future, ergo non si creerà lavoro e non si immetterà nuova liquidità nel sistema economico. Questa operazione ha però il suo più grande rischio che si basa sull’offrire al mercato un bene superfluo, che non porterà nuove persone a nuovi acquisti/investimenti, ma si limiterà a spostare quella poca massa di denaro impiegato in operazioni immobiliari da un’operazione all’altra. Il denaro sarà sempre lo stesso, semplicemente viene tolto da una parte e impegnato in un’altra, all’interno dello stesso settore. Riassumendo quindi non attrarrà iniezione di liquidità sul mercato, ma tamponerà temporaneamente alcune situazioni, per poi tornare in breve tempo alla situazione di prima. Anche perché il settore edile è uno dei più particolari e delicati, visto che è formata da aziende che prestano opera, ossia mettono insieme capacità fisiche ed intellettuali per unire una serie di beni e creare un prodotto finale. E soprattutto le piccole imprese del settore si basano su un capitale di rischio fornito solo dal cliente e dal credito bancario. Se non c’è cliente, non c’è lavoro che tenga. Si basa quindi non sull’offrire qualcosa di cui ci può essere domanda: la produzione in genere si basa su questo. Io faccio un nuovo modello di auto, di telefono, di televisore, di stereo, di frigo, qualsiasi cosa, introducendo sempre più innovazione per essere allettante e creo domanda ed offerta insieme. Un’analisi di mercato mi può dire cosa è meglio lanciare in produzione e cosa no. Uso del capitale mio, ottenuto negli anni, oppure capitale in prestito. Con l’edilizia questo ragionamento non si può fare. Posso anche fare un’operazione immobiliare, ma essendo la casa un bene essenziale ed essendo che se uno ha un tetto sopra la testa, non ha esigenza di trovarne altro, soprattutto in periodo di crisi e che comunque c’è un surplus di immobili da far paura, non posso neanche dire: “ok, ho un po’ di soldi da parte, costruisco una casa per venderla”. Il rischio d’impresa è il più elevato di qualsiasi altro settore. E la storia dei canoni d’affitto non regge. Tra Imu, Tasi e Tari, cedolari, IVA e quant’altro, gli affitti sono alle stelle e sono alle stelle perché c’è chi ne ha talmente tanti che deve anche pagarsi le imposte degli altri locali sfitti. Uno potrebbe pensare: “se non c’è domanda, che abbassino i prezzi”, ma questo comunque comporta al massimo uno spostamento di famiglie da un locatore ad una altro, non nuovi affittuari che sbucano dal nulla. E comunque se io ho cinque immobili, di cui quattro sfitti, il canone che mi entra da quello in locazione deve permettermi di pagare le imposte su cinque edifici e di ottenere un giusto guadagno; è quindi proprio il sistema a non funzionare più. Per carità, se questo costruttore che Di Tullio non vuole ostacolare, vuole accollarsi questo rischio, se lo accolli pure. Ma bisogna essere chiari, in un modo o nell’altro la collettività ne risentirà. Sia a livello ambientale, in un territorio talmente saturo di cemento che tra un po’ al posto degli alberi cresceranno betoniere, sia a livello economico, perché in caso di fallimento dell’operazione, le banche avranno un altro immobile ad appesantire i bilanci, con tutto ciò che ne risente tra stretta al credito e socializzazione delle perdite (chi sta ricapitalizzando le banche siamo noi, lo sapete vero?). Ma non ci venga a dire, caro assessore, che l’operazione crea lavoro, perché il lavoro è un’altra cosa. Che vediamo ora.

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Rilanciare il settore edile

Come creare lavoro in un settore al collasso, dove la domanda non esiste e l’offerta non si può fare? Con le ristrutturazioni, le riqualificazioni e il recupero. Ah, banale, qualcuno penserà. Sì, ma c’è sempre il problema dei soldi. Solo chi può investire lo può fare. Ebbene, a cosa servono Enti locali, Regione, Stato e banche? In questa Italia forse a fare danni ed a perpetuare il sistema esposto poc’anzi. Ma con i dovuti strumenti legislativi e regolamentari, ecco che magicamente i soldi tornano disponibili. Intanto il pubblico dovrebbe immediatamente portare in classe A tutti i suoi edifici. Come? Avete presente i fondi europei o i mutui utilizzati per improbabili stupidaggini, buchi nelle montagne e viadotti insensati? Questi soldi possono fornire il capitale da investire nella riqualificazione energetica degli edifici pubblici. Oppure invece che costruire inutili nuovi poli residenziali, utilizzare le stesse somme per ricostruire o rinnovare edifici allo sbando. A me viene in mente sempre il palazzo di giustizia di Savona, uno dei palazzi esteticamente più brutti che io abbia mai visto e strutturalmente inadeguato allo scopo. Enormi spese di gestione. Quanto serve per abbatterlo e ricostruirlo? Tanti soldini. Ecco quando si potrebbe utilizzare a dovere il capitale privato. Costruendo edifici non passivi, ma addirittura attivi (quindi produttori di energia), il privato potrebbe essere intenzionato ad entrare nell’investimento. Tipo: caro costruttore X, se tu metti il 70% del denaro utile a portare tale edificio in classe A+, dotato delle più moderne tecnologie di risparmio energetico, basata su una tecnologia “smart”, avrai diritto per i prossimi tot anni (fino ad un’equa remunerazione del capitale investito) all’utile prodotto dalla produzione energetica dell’edificio. Fantascienza? Forse con questi privati e questa politica. Ma ci sono mille strade che permettono al pubblico di agire a costo zero (ricordiamoci del patto di stabilità), sfruttando capitali privati, senza che queste operazioni si trasformino in mere speculazioni edilizie-finanziarie (Torre Orsero, Crescent o le stesse operazioni che sono connesse all’attuale progetto vicino al Palazzo di Giustizia).

E nel settore privato come si fa? Insomma, i cittadini sono strozzati dalle tasse, hanno altro a cui pensare che sistemare la casa. E qua banche e Stato devono agire di conseguenza. Intanto fissando una pianificazione a tappe entro cui gli edifici privati devono adeguarsi. E fissare una scala di priorità: tutti gli edifici devono adeguarsi entro tot anni alle seguenti condizioni di risparmio energetico. In subordine, solo se gli edifici sono strutturalmente inadeguati possono essere demoliti e ricostruiti, sullo stesso punto o su aree in disuso ed in degrado, senza consumare altro terreno vergine. Si costituiscono fondi di garanzia al credito finalizzati a tali operazioni e operazioni simili a quella citata prima per il pubblico. Poi ovvio, se tutte le case fanno energia, poi il rischio è che non ci sia più nessuno a comprarla, ma quando si arriverà a quel punto, significa che si sarà autosufficienti e non ci sarà più bisogno di petrolio e carbone. Una tale operazione porta 20 anni di lavoro e necessitano di continui piccoli interventi. I costi che oggi sosteniamo per le spese energetiche (elettricità, gas, riscaldamento), verranno praticamente portate a zero e potranno essere utilizzate per le manutenzioni necessarie. Così l’edilizia trova una via di fuga dalla crisi e li sì che si crea lavoro e si genera un valore aggiunto per la società e per l’economia. Chiediamo ad una piccola impresa edile se guadagna di più con le costruzioni da zero o con le manutenzioni, le impermeabilizzazioni, gli interventi volti al risparmio energetico.

Il mercato immobiliare non si può reggere più sulla sola legge del mercato, che ormai è inapplicabile al settore. Dobbiamo parlare seriamente di politica abitativa e di progettazione e tutela del territorio.

Utopia? Sì, finché Di Tullio appoggerà certe iniziative anacronistiche. Sì, finché i privati che hanno capitale disponibile si limiteranno a speculare. Sì, finché si proseguirà a spot e non a programmazione pluriennale. Sì, finché il criterio dell’illogicità avrà come parafulmine i posti di lavoro. Quei posti di lavoro persi per sempre, che non ritorneranno senza una nuova lettura del sistema economico ormai collassato su se stesso.

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