12Nov/15

L’insulsa difesa dell’Autorità Portuale

Da alcuni mesi, specie nelle ultime settimane, il PD si è lanciato nell’insulsa difesa dell’Autorità Portuale e nella mente di qualche amministratore locale balena l’idea che:

a. il porto di Savona possa competere con un Marsiglia, Amburgo, Rotterdam, Anversa qualsiasi, illudendo operatori portuali e savonesi. Sappiate che invitare i crocieristi ad usare il casello di Vado invece che quello di Albisola non è innovazione e che costruire cubi, sedi, ponti o cazzi arrotolati di Fuksas non significa potenziare il porto;

b. la riduzione del numero di Autorità, che cancellerà probabilmente l’Autorità di Savona e porterà l’AP di Genova ad essere Ente di governo anche del porto di Savona, vada a cancellare il porto di Savona, ridurne le attività. Mi spiace per chi lo pensa e lo lascia intendere, ma non è affatto così;

c. con l’accorpamento sparirà anche la Compagnia Portuale, perché “ce ne deve essere una per porto”. Ennesima balla, a Genova ne operano già due sulle banchine e di certo non si cancellano. Semplicemente si dovrebbe abrogare la norma per cui ne opera UNA per tipologia di concessione, liberalizzando un briciolo un settore in cui operano dei soggetti privati un po’ diversi dagli altri (altro capitolo da spalancare).

Leggendo i pensieri di lor signori mi duole anche far notare che i savonesi non se la prendono (solo) con l’Autorità Portuale, certo arrogante nel porsi, manco il porto fosse un regno di proprietà privata, ma con gli Amministratori della città, sempre pronti a chinarsi ai voleri dei vari Canavese, Campostano, Gavio, Orsero e company.

Sì, e mi rivolgo a LdT, perché bitume, margonara e porcate varie non arrivano dal nulla, ma passano dal Comitato Portuale, dove il PD ha un posto da quando sono nati (la riforma dei porti è del 1994), perché lì siedono il Sindaco, il Presidente della Provincia, il Presidente della Regione (o loro delegati), ma siccome qualcuno pensa di “non andare”, perché le sedute “sono inutili” e ci “si annoia”, poi i savonesi si ritrovano a sostituirsi all’Amministrazione assoldando avvocati per fare quello che le vostre giunte non hanno fatto: difendere gli interessi della città nel suo insieme. E non fate i finti tonti, perché le carte delle conferenze dei servizi (soprattutto margonara e bitume) parlano chiaro, quindi abbiate la decenza di tacere.

Perché nessuno dei Comuni che si lamenta dell’abolizione della loro AP, e dico NESSUNO, ha posto il vero problema? Ossia di portare i porti “piccoli” come Savona ad essere governati dagli Enti Locali? Questo andava richiesto al governo.

Difendere l’autonomia dell’AP savonese è una difesa di interessi di parte, perché il numero di TEUs movimentati (e in un porto conta quello) a Savona sono veramente infimi. Tanto per capirci, la capacità di movimentazione di Savona-Vado è inferiore di 6,5 volte di quella di Genova e 3 di quella di La Spezia e movimenta il 20% della propria capacità. Certo è in arrivo una cattedrale nel deserto pagata dallo Stato ai privati (piattaforma Maersk), ma chi è quel terminalista che dovrebbe scegliere di portare le merci a Savona rispetto a Genova? O meglio, chi è quel pirla che dovrebbe abbandonare i porti del nord per i porti liguri? Non si perderanno traffici o posti di lavoro a causa di un accorpamento, ma a causa di scarsa competitività. Fino ad oggi i porti italiani hanno giocato a farsi concorrenza, soprattutto Savona verso Genova: avete mai provato a sfidare una ferrari con un triciclo? Sappiate che anche se mettete dei propulsori al triciclo restate inchiodati.

E poi, perché venire a Savona? Quali infrastrutture ci sono? Mancano gli spazi, mancano le ferrovie. Andare in Francia su binario unico? Andare a Torino? Certo, la linea su ferro per Torino non è utilizzata per le merci come potrebbe: ma allora perché non si è fatto negli anni scorsi? Perché si è privilegiata la gomma, dopotutto Gavio, che pare avere molta influenza nel porto savonese, controlla molte autostrade, tra cui la Torino Savona.

Capitolo Costa: i crocieristi saranno una risorsa VERA quando Savona sarà capace di trattenere i turisti nel suo comprensorio e non lasciarli allo sbando per le vie cittadine o vederli caricati in massa su pullman per andare all’Acquario di Genova (di Costa) o a Serravalle all’outlet. Lo riaprirò un altro giorno.

Il porto diventa competitivo con l’innovazione e con le automazioni: certo, si perderanno posti di lavoro, ma se ne salveranno molti altri che si sposteranno ad un lavoro più qualificato. Se non ci si muove in questa direzione, allora sì che il porto di Savona muore e chiude.

Se le aziende di telefoni avessero sfidato Apple a suon di Nokia 3310 o vecchi modelli di telefoni cellulari dimenticati oggi sarebbero morte collassate.

Visione diversa e quindi innovazione rapida o tenersi le menti come LdT e morte dolorosa per il porto. Fossilizzarsi sulla difesa di un Ente è invece non affrontare i problemi e fare solo propaganda campanilistica per raccattare voti in vista delle comunali.

 

31Mar/15

Uber, una palla in cambio di voti

Cosa farebbe la classe politica in cambio di voti? Qualunque cosa, come raccontare una palla: è il caso della Regione Liguria con Uber, il servizio online diffuso in tutto il mondo, tra cui Milano, Genova, Torino e Roma.

Uber

Innanzitutto occorre chiarire che Uber NON è un servizio pubblico (quindi non è un taxi), ma può essere ricondotto, al massimo, come servizio di noleggio con conducente.

In realtà per la precisione è un servizio online e la legislazione italiana (ed europea) è così antiquata da non poter resistere all’ingresso prepotente sul mercato di un prodotto innovativo (quanto banale) che sconquassa le attuali oligarchie sul mercato.

Ad oggi esistono solo il servizio taxi (pubblico) e il servizio NCC (privato), con norme rigidissime e anacronistiche e tra l’altro sono inquadrati entrambi come “trasporto pubblico non di linea”. L’esempio è la mancata liberalizzazione delle licenze o il fatto che l’auto NCC deve aspettare nel garage la chiamata.

In tutto questo arriva Uber, che abbassa notevolmente i costi, e quindi è un servizio in più per gli utenti, ad un costo più accessibile.

La più banale legge del mercato, offrire un servizio migliore: stimola la concorrenza (che al momento non esiste), incentivando tutti a migliorarsi.

I driver di Uber non guadagnano chissà quali cifre, ma permette loro di abbattere i costi fissi dell’auto.

Inoltre il servizio è arricchito dall’obbligo di pagamento elettronico e dalla quasi certezza della cifra (potete sapere prima quanto andrete a pagare) ed ovviamente potete valutare l’autista.

In pratica è come se divideste la spesa con un vostro amico che si è reso disponibile a darvi un passaggio. L’appiglio con cui si cerca di smontare Uber è che ovviamente la transazione avviene tra utente e Uber e poi tra Uber e driver.

Questo presuppone un’attività economica, che al momento non è normata, o meglio, dovrebbe al massimo seguire la disciplina delle auto NCC (come deciso dal Giudice di Pace del Tribunale di Genova).

Le palle della giunta Burlando

Visto che in questi anni la politica nazionale è rimasta immobile, mancando per due volte la liberalizzazione delle licenze dei taxi (Monti prima e Renzi ora), oltre alla tanto attesa norma pro-Uber, la Regione Liguria decide di intervenire, più per procacciarsi dei voti che per altro.

In una leggina per sistemare il bilancio (una legge mancia?) ecco sbucare questa norma:

Articolo 3

(Modifica alla l.r. 25/2007)

  1. Dopo il comma 1 dell’articolo 16 della l.r. 25/2007 e successive modificazioni e integrazioni, è inserito il seguente:

1 bis. I regolamenti comunali devono corrispondere ai seguenti principi e criteri direttivi:

a) le modalità di assegnazione o prenotazione dei servizi devono avvenire nel rispetto delle prescrizioni riguardanti i servizi taxi e noleggio con conducente di cui alle vigenti normative statale e regionale;

b) l’assegnazione o la prenotazione dei servizi è diretta esclusivamente in favore di soggetti in possesso di regolare licenza o autorizzazione ai sensi della disciplina statale e regionale vigente e che osservino pienamente le disposizioni della legislazione in materia di lavoro;

c) l’assegnazione dei servizi taxi deve garantire l’indifferenziazione della stessa tra i singoli operatori licenziatari (o tra un gruppo di essi facente capo ad una stessa struttura economica), di modo che sia sempre individuato il taxi più vicino o comunque con le caratteristiche più idonee alle esigenze dell’utente;

d) La prenotazione dei servizi di noleggio con conducente deve comunque pervenire all’operatore nella rimessa indicata nell’autorizzazione. L’operatore deve conservare prova delle singole prenotazioni e fornirla alle autorità competenti assieme –ove richiesto- ai titoli dei relativi pagamenti effettuati e ricevuti.

Una norma regionale che mette fuori legge Uber è costituzionalmente illegittima e questa non è nemmeno attuabile al caso specifico.

Già, perché intervenire su Uber è competenza sicuramente statale, in quanto ricade nell’ambito “Tutela della concorrenza”, che l’articolo 117, comma 2, della Costituzione affida alla competenza esclusiva dello Stato (e che i trattati affidano anche alla UE).

Quindi una Regione che volesse fare una norma anti-Uber, starebbe violando la Costituzione. Questo è quello che credono di aver fatto in Regione.

In secondo luogo, questa norma specifica non è attuabile al caso concreto Uber.

Perché? La legge disciplina il “servizio pubblico non di linea” e Uber non è un servizio pubblico.

Uber è un servizio tra privato e privato. L’unico problema è configurabile con la licenza del driver.

Il vero problema di Uber è che chiunque possa fare il driver e al giorno d’oggi la legge italiana prevede che per fare questo servizio serva una licenza e che venga inquadrata secondo gli unici due servizi esistenti: taxi o NCC.

Servizio pubblico perché utilizzabile da CHIUNQUE. Uber invece non è utilizzabile da chiunque, ma solo da chi si iscrive (e non c’entra che possa iscriversi chiunque).

E soprattutto mette in contatto un privato cittadino con una società privata.

Anzi, le norme in esame si applicano semplicemente alle auto NCC e ai taxi provvisti di regolare licenza.

Uber non viene minimamente intaccata da questa norma (non si citano servizi online, non si cita una corresponsione economica triangolare, ossia utente-Uber-driver), che rimarca che gli Enti locali devono rilasciare la autorizzazoni secondo le norme vigenti (ma dai?) e ribadisce ciò che già c’è.

Quello che ha approvato la Regione Liguria è un provvedimento inutile e ridondante, ma soprattutto che non raggiunge l’obbiettivo spacciato in giro.

Il provvedimento è uno spot per conquistare elettori (tra l’altro Genova è una delle città dove i tassisti sono più inferociti con Uber).

Uber è un mix tra car sharing, taxi e NCC, dove un terzo, il privato, fornitore dell’app, mette in contatto l’utente con la vettura e il potenziale cliente, il tutto a prezzi bassissimi. Una nuova frontiera del trasporto con automobile, grazie alle nuove tecnologie.

In un Paese dove ancora esistono categorie elitarie che vivono di rendite di posizione, questo ingresso sul mercato dirompente è visto negativamente e la politica, invece di fare ciò per cui esiste, ossia mediare e trovare le soluzioni a favore di tutti (quindi più per gli utenti, che per i tassisti) e non fare norme CONTRO qualcuno.

Ma si sa, è più facile prendere i voti dei potenziali danneggiati, che dei potenziali favoriti.

PS: questo non vuol dire che il legislatore (comunitario soprattutto) non debba intervenire per aggiustare l’ordinamento all’ingresso di queste nuove forme di economia. La tecnologia semplifica la vita di tutti e spazza via chi non si innova.

Successe con la ruota, successe con la carta, successe con l’automobile, successe con il frigorifero e con tutto ciò che, fornendo nuove opportunità, ha reso vecchio e superato il metodo pre-esistente.

Ed è per questo che bisogna picconare sulle rendite di posizione e dare a tutti nuove opportunità di innovare i mercati: perché anche questa è una delle cause della crisi economica italiana, ossia uno pseudo mercato libero, dove solo alcune categorie mantengono una posizione oligarchica o dove alcune aree realmente libere sono in mano ai soliti privati amici della politica.

Non sono un fan del liberismo sfrenato, ma almeno che le basilari regole di mercato vengano applicate.

04Feb/15

Scempi in Liguria, una triste seduta firmata PD

Anche nella seduta odierna del Consiglio Regionale, il PD ha dato il peggio di sé, approvando scempi a tutto spiano.

Parliamoci chiaro, comandano due persone: Burlando e la sua emanazione e candidata alla successione Lella Paita.

Ncd si diletta a far da stampella, consci che il loro peso elettorale tende allo zero, cercando qualche legittimazione politica presso il PD.

Gli scempi di oggi.

Caccia 

Un ringraziamento qua va anche alla Lega, per aver proposto questa legge orrenda ed indegna. Da oggi sarebbe stato possibile, su specifico regolamento della Provincia, cacciare con arco e frecce. Il Pd prima aveva approvato la norma in commissione, salvo fare marcia indietro una volta arrivati in Aula. Bene così, anche se l’idiozia di approvare in una prima fase una cosa del genere è da folli barbari. In compenso da oggi, sempre grazie alla cordata bipartisan, il calendario venatorio non potrà, di fatto, essere sospeso, anche innanzi un ricorso al TAR. Approvata con 29 voti favorevoli e quindi con i voti del PD.

Sempre su proposta della Lega, è stato approvato in maniera unanime un OdG per contrastare la delibera del Consiglio dei Ministri che aveva bloccato la caccia del tordo bottaccio.

La delibera si era resa necessaria per le continue violazioni, da parte di più regioni, delle direttive europee, evidentemente delle sanzioni e delle regole al PD non importa nulla. Meglio coltivarsi l’elettorato delle doppiette.

Legge elettorale

Dopo mille promesse ed annunci, il listino non è stato affatto abolito.

Anzi, si spacciano come “risultati”, alcune riduzioni dovute per legge (art. 14, comma 1, lettera a, DL 138/2011) .

Già, perché la Liguria doveva abbassare, entro 6 mesi dall’entrata in vigore di quel decreto, i membri del consiglio da 40 ad almeno 30 (più il Presidente). Si scende quindi a 30 + 1.

Ma questo non importa, perché era dovuto.

Se da una parte sti geni mantengono il listino, dall’altra abbassano gli assessori (anche questo dovuto) a 7 (la stessa norma prevede che gli assessori non siano più di un quinto del consiglio, con arrotondamento all’unità superiore. Ecco spiegato perché 30+1 e non 30, per far sbucare una poltrona in più).

Cosa c’è di male? Beh, potranno essere anche tutti esterni, quindi più poltrone per i trombati e i riciclati.

Il combinato di assessori e listino bloccato, regala alla Paita la possibilità di trattare con i partiti ben 12 nomine, 5 nel listino e 7 in Giunta.

Riassumendo, Burlando lascia al suo braccio destro una regione con una caccia da barbari cavernicoli e con una legge elettorale da schifo, con l’aggravio delle nomine esterne per 7 assessori.

Ovviamente Lella non si è opposta a queste porcate, tanto meno ha “fatto di tutto” per abolirlo.

Grazie Burlando, grazie Lella. Credevo di trovarmi in una regione moderna, civile e democratica, invece prima delle elezioni dimostrate ancora una volta che siete soltanto dei peracottari.

 

21Gen/15

Romanzo Quirinale, chi sarà l’erede del Re?

Finalmente il regno di Re Giorgio II giunge al termine. Sicuramente il peggiore Presidente che io ricordi, sotto ogni profilo, giuridico, politico ed umano.

Giuridico, perché Napolitano ha firmato qualunque porcata: dal lodo Alfano ai decreti legge indicibili di ogni governo. Inutile che lanci i messaggi “troppi decreti legge” e poi ogni settimana ne firmi uno, che non risponde a nessun criterio dell’articolo 77 della Costituzione.

Politico, perché non è mai stato terzo: prendendo le parti del Governo sempre e comunque e attaccando vergognosamente forze politiche di opposizione. Durante lo scandalo #MafiaCapitale, dove il sistema politico-mafioso della città di Roma è crollato come una castello di carte, con valanghe di arresti di politici e dirigenti pubblici, lui si è sperticato per dire “sì, la corruzione è un problema, ma lo è pure l’antipolitica che è eversiva”. Qual è l’antipolitica eversiva, caro Napolitano? Quella che denuncia e critica il malaffare ed ha le mani pulite? O quella di cui lei è garante da 9 anni, che stringe accordi sottobanco e poi si spartisce e spolpa il Paese a suon di mazzette ed appalti? Ma soprattutto, minacciare “o riforme o me ne vado” è da Capo dello Stato o da segretario politico e garante di accordi che conosce solo lei, insieme a Renzi e B e pochi altri prediletti?

Umano perché non ha mai avuto etica istituzionale: le intercettazioni con Nicola Mancino distrutte rientrano certamente nella sua sfera costituzionale, ma la sfera della dignità, almeno quella, si può ogni tanto tirare fuori? Lei che da Ministro dell’Interno secretò le carte della Terra dei Fuochi. Lei che è in politica da quando mio nonno era un giovine pulzello si è permesso di dare degli eversivi non solo all’opposizione più numerosa, ma a tutti i cittadini che hanno votato per il M5S. Una cosa indegna da parte di un Capo dello Stato.

Potrei tirare fuori mille decreti, dichiarazioni, aneddoti. Ma il suo regno finisce, il suo strumentale e vergognoso secondo mandato è al termine. Ed ora voglio vedere cosa ci propinerà Renzi!

L’assalto renziano

Nel 2013 abbiamo fatto un ottimo esperimento con le “Quirinarie”, tirando fuori un nome come Rodotà che ha messo in crisi il PD, che ha dovuto rifugiarsi nel Napolitano-bis, scatenando malcontento nei cittadini, nei suoi elettori, nei suoi iscritti.

Oggi però il PD è diverso, diverso perché ha portato il berlusconismo 2.0 dentro di sé: Matteo Renzi ha rivoltato il modo di agire del partito, portando il piglio decisionista craxiano (non avendo l’abilità di Craxi) e la capacità comunicativa di Silvio B. (non avendo però la sua stessa caratura). Ci sono sicuramente strateghi e geni del marketing dietro di lui, un giovane arrogantello che prima o poi spezzerà la corda, ma le Quirinarie rischiano di essere un autogol.

Detto questo, ci vorrebbe un nome che spaccasse il PD, che non può essere di nuovo Rodotà, tanto meno Prodi, nomi già bruciati due anni fa. Serve qualcosa di diverso e serve anticiparlo di poche ore, in modo da evitare che i suoi nomi compattino il PD e spiazzino noi, perché loro hanno già ragionato da mesi a questo scenario.

Bruciati tutti

I nomi che girano ora sono sicuramente bruciati, anche se Amato, Gianni o Enrico Letta, D’Alema e Veltroni sono nomi buoni per ogni stagione. Si sente anche di Sergio Matarella, ma non mi pare molto credibile. E comunque di rado i primi nomi che girano sono quelli buoni.

Prodi è stato già mandato al macello e difficilmente con il Patto del Nazareno bello solido verrà proposto. Prodi è l’antagonista storico di Berlusconi, l’unico che l’ha sconfitto alle urne e farebbe saltare il banco e quindi anche il Governo, così come lo stesso PD che ha pur sempre valanghe di dalemiani pronti a impallinarlo.

Rodotà è andato bene la scorsa volta, ma ora significherebbe abusare, perché non ha più l’effetto “sorpresa” della volta scorsa.

Gli outsider

Che profilo vogliono questi signorotti? Un uomo spendibile con l’Europa. Un uomo garante dell’inciucio eterno. Un uomo che firmi qualunque cosa. Un uomo che va bene alla finta destra, ma anche alla finta sinistra.

Nomi che hanno già fatto stare insieme, in un modo o nell’altro, Berlsuconi e il PD.

I nomi che credo possano uscire sono i seguenti:

Mario Monti, ex capo di governo, economista, spendibile a livello europeo e già sostenuto da PD e PdL una volta. Il senatore a vita voluto da Napolitano (e qua già dico tutto) potrebbe essere tirato fuori dal cilindro in qualsiasi momento di difficoltà; dalla sua ha che Scelta Civica non esiste praticamente più e questo potrebbe ridargli una verginità che non ha. Una parte di italiani potrebbe anche accettarlo.

Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, potrebbe ripetere il percorso di personaggi come Ciampi e Dini, ma anche Padoa Schioppa che da Palazzo Koch sono approdati al Quirinale, a Palazzo Chigi e in via XX Settembre, dalle banche alla politica e di certo all’Europa può piacere, visto che è stato all’OCSE e ha un Ph.D. ottenuto negli USA.

Michele Vietti, ex vicepresidente CSM, in quota UDC, docente universitario di diritto molto navigato. Il suo nome ha compattato la politica per ben due volte (fu eletto membro laico in quota CCD nel 1997 e fu rieletto nel 2010). Potrebbe essere una carte interessante, certo meno appetibile in Europa.

Luciano Violante, il PD l’ha bruciato alle elezioni come membro della Consulta, dopo che c’era l’accordo con Forza Italia, per ben 20 votazioni. Alcuni membri hanno approfittato del voto segreto per mostrare il loro sdegno per l’accordo scellerato Renzi-Berlusconi. Violante si è attestato mediamente sempre intorno ai 500 voti con un minimo di 429 all’ottavo scrutinio e un massimo di 542 al tredicesimo e per eleggerlo servivano 570 voti. Per il Quirinale, dal quarto scrutinio, bastano 505 voti, mentre ai primi tre più di 670: potrebbe essere un jolly, visto che i numeri potrebbero esserci, visto che i franchi tiratori potrebbero non bastare.

Renzi può tirar fuori qualunque cosa e dobbiamo giocare stavolta di astuzia, molta astuzia. Stavolta forse ci sarà da sporcarsi le mani e turarsi il naso, ma dobbiamo giocare la partita e scardinare l’accordo Renzi-B, senza farci mettere noi nel sacco (come potrebbe essere stato l’affare Sciarra, cui io votai no; in quel caso giocare d’astuzia poteva essere votare bianco e poi accusare il PD di non rispettare i patti, ogni tanto dobbiamo essere scaltri e usare questi meschini giochetti, perché in quel palazzo funziona così).

La mia speranza è sempre quella di vedere Gustavo Zagrebelsky Presidente della Repubblica. Purtroppo questa classe politica non lo potrebbe mai votare.

Nel post di due anni fa le regole, i poteri e i numeri in ballo: http://goo.gl/ZcFG72

 

24Nov/14

Sette cittadini su dieci sono stanchi

Le regionali in Emilia Romagna e in Calabria restituiscono al Paese una situazione estremamente imbarazzante e socialmente insostenibile. L’elevato astensionismo dimostra che più della metà dei cittadini chiamati al voto non ha più fiducia in nulla. Né Renzi, né Salvini, né M5S. Il motivo? Tutti uguali. I risultati dei tre mattatori delle elezioni sono determinati da cause differenti, dovute soprattutto alla componente mediatica. Chi ne esce sconfitta è l’intera classe politica, intesa per chi oggi fa politica nelle piazze e nelle istituzioni, visto che invece che recuperare cittadini che si rechino alle urne, ha contribuito all’allontanamento.

Elezioni 2013, le votazioni

La rossa Emilia, un fallimento per tutti

Il risultato emiliano è senz’altro quello più eclatante: 37% di affluenza, dato inverso rispetto alle recenti europee (circa 70% di affluenza) ed alle ultime regionali (68%). Vuol dire che il 63% degli elettori non vuole nessuno. Gente stufa. Possibile siano soprattutto giovani, liberi professionisti, disoccupati, piccoli e medi imprenditori. Nessuno da loro garanzie, né noi, né i due Matteo.

Il dato è che la terra rossa per eccellenza, di fatto (nonostante le elezioni le vinca il centrosinistra) ha bocciato il PD. Chi da sempre vive il partito (e in Emilia sono tanti, moltissimi) non vede in Renzi un uomo di sinistra. Pesa sicuramente la questione Jobs Act, che ha visto in questi giorni una contrapposizione tra sindacati e Governo, in una guerra all’interno del partito. Pesa una politica regionale imbarazzante, con il principe Errani (secondo solo a Formigoni per durata del regno) condannato per falso ideologico (che si dimette), con un intero consiglio regionale indagato per la questione spese pazze. Vibratori comprati con soldi pubblici. La crisi, la mancanza di soluzioni tangibili sul territorio (ci sono comuni ancora con le pezze al culo dopo il terremoto del 2012), una pessima immagine della politica locale, una scarsa pubblicità alle elezioni ed un governo abile solo a prendere per i fondelli i cittadini hanno costruito il perfetto contesto per lasciare gli emiliani a casa.

Calabria, terra difficile

Dalle regionali in Calabria non ci si poteva aspettare nulla di diverso. Anche qui viene meno il regno del tanto chiacchierato Scopelliti per una condanna. Dal 1995 è balzato dalla Presidenza del Consiglio regionale, a Sindaco di Reggio Calabria, fino a diventare governatore. Inchieste su inchieste, ma lui è rimasto lì, fino alla condanna di qualche mese fa. Terra difficile, dove le cosche sono i veri fautori delle elezioni, dove in casa la tua candidatura può essere vista un male o un’opportunità. Ma non per quello che serve davvero, ossia il bene dei cittadini. E così, con un’affluenza che visto il contesto pare quasi accettabile, ma pur sempre in calo, è sempre il PD a spuntarla. Ma in quel contesto, per vincere le elezioni devi muovere interessi locali importanti, ed io osserverò.

Il boom della Lega ed il crollo M5S

Non si può negare che Salvini abbia traghettato la Lega ad un risultato eccellente in quel della rossa Emilia. Un 20% abbondante. Il pregio di Salvini è nella comunicazione dei beceri (semplicemente perché fomentano l’odio) messaggi leghisti in un messaggio semplice ed univoco, che si può riassumere in un: “PRIMA I NOSTRI”. La forza con il quale allontana le domande su legge elettorale, senato e tutto quanto non ha ripercussioni sulla vita delle persone e ribalta la questione dicendo “non mi interessa nulla di queste cose, voglio parlare di tasse, di lavoro, di immigrazione”, è da dieci e lode. Al sistema fa comodo, visto che la Lega è calata nello stesso da una ventina d’anni, e i media ne danno ampio risalto. Geniale lo spottone del lunotto. Inutile dire “ma la Lega era al governo con B.”. Non ha senso. Salvini è nuovo, è segretario da 11 mesi e repelle il passato del suo partito. Ha ridato verginità e forza allo stesso, succhiando voti verosimilmente ad un Forza Italia allo stremo (in attesa delle elezioni politiche dove Berlusconi tirerà fuori qualche sua genialata) e dall’estrema destra (anche se sono dati quasi irrilevanti). Ha sicuramente succhiato dal M5S per quel che riguarda l’euro, visto il ritardo con cui siamo usciti con la campagna #fuoridalleuro, su cui la Lega pompa da parecchio tempo ormai. L’altro pregio è l’identificazione di un nemico esterno, causa dei problemi dell’Italia. Per la Lega sono gli immigrati, su cui lo Stato investe vagonate di soldi, mentre per gli italiani ci sono solo tasse. Ecco come compattare l’elettorato. Lo faceva B., con la magistratura comunista e politicizzata, che voleva farlo fuori perché politicamente forte. Il badante di Cesano Boscone identificava il nemico nella giustizia, che paralizzava il Paese, le imprese, i cittadini e si intrometteva nella politica. Lo fa tuttora Renzi. Il nemico di Renzi non è Grillo, non è Cuperlo (sai che paura poi), non è Landini. Il nemico di Renzi, anzi, i nemici di Renzi sono “quelli che non vogliono cambiare il Paese”. Indeterminate persone, indeterminate forze politiche e sociali. La paura di ciò che non si conosce, porta a rifugiarsi in chi ti mette in guardia da quel pericolo.

Da non sottovalutare che il boom della Lega è determinato dallo svuotamento di Forza Italia e dall’astensionismo, perché a livello assoluto ha addirittura meno voti delle regionali precedenti.

E vengo al MoVimento. Quello che si sbaglia sulla comunicazione è evidente. Troppi messaggi, troppo complicati. La corsa non è sulle nicchie, ma su quella percentuale di astensionismo che si alza. Se quel numero sale, vuol dire che stiamo sbagliando, perché non diamo certezze e, ormai, ci percepiscono come gli altri.

La difficoltà di stare sui media tradizionali non è compensata da un’adeguata campagna sul web, dove il PD invece è ancora superiore. A questo sopperisce in parte il blog, ma la comunicazione parlamentare si assesta a livelli imbarazzanti.

Un sito orrendo, profili social inguardabili, troppi contenuti complicati su troppi canali. Abbiamo più di cento canali FB e più di cento canali twitter, il sito, i profili FB e twittere del gruppo camera e del gruppo senato, più di cento siti dei singoli parlamentari. La platea? La stessa. Quindi già coperta con il solo Di Battista (che da solo ha più like della pagina ufficiale del gruppo M5S Camera). Ma soprattutto il limite: l’autoreferenzialità della comunicazione. I messaggi che lanciamo piacciono agli attivisti, esempio banale: “teniamo il PD in aula tutta la settimana”. Al di fuori passa il messaggio che blocchi l’aula. E non riesci a spiegare il perché. Ai cittadini non importa del “fondo per la mobilità dolce” (nessuno sa cos’è la mobilità dolce), degli ex-LSU, dello sblocco stipendi al comparto sicurezza o agli insegnanti (già non considerare il restante comparto della PA è un autogol pazzesco, visto che stiamo parlando di meno di un milione di persone contro le restanti tre, e comunque al resto dei cittadini la PA fa schifo ed è vista come un settore di garantiti, parassiti e succhiasoldi), degli esoneri dei vicari del dirigente scolastico, del geobonus, delle pari opportunità e di quant’altro vi possa passare per la testa. I cittadini vogliono risposte sul lavoro, sulle tasse. Vogliono sapere se Equitalia porterà via loro la casa. Vogliono sapere se possono mandare i loro figli a scuola o all’università, se possono avere tutele quando perdono il lavoro. Quando riusciremo a fare questo salto di qualità, sicuramente ci saranno benefici importanti. Ma soprattutto occorre ricordarsi da dove veniamo e con che battaglie e principi siamo venuti su. Partecipazione e trasparenza. Se non riusciamo a far passare il messaggio che i cittadini devono partecipare con noi, beh, è ovvio che stiamo fallendo. Rivolgiamo il messaggio sbagliato alla platea giusta o il messaggio giusto alla platea sbagliata? O un messaggio sbagliato alla platea sbagliata (che sarebbe ancora peggio)?

Tutto questo è da tenere in considerazione, ma ricordo che si tratta di elezioni regionali. Certo, ha un effetto quello che succede a livello nazionale, ma in questo tipo di elezioni contano due cose: il radicamento sul territorio e gli interessi che smuovi. Il PD è presente in ogni comune della regione e per questo ha facilmente mantenuto il controllo, in un territorio che STORICAMENTE è una delle sue tre fortezze inespugnabili (Liguria, Emilia, Toscana). A questo si affiancano le centinaia di cooperative, associazioni, ONG, eccettera, che vengono mantenute con elargizioni, in genere grazie al finanziamento con i fondi strutturali che l’UE da alle Regioni. Coi soldi nostri mantengono la loro clientela. Poi gli appalti, le consulenze…non pensiamo di sradicare questi interessi in un attimo, in pochi anni. Miglioriamo e correggiamo le nostre pecche, ma teniamo conto che siamo passati da due consiglieri a cinque in Emilia. E in Calabria sfioriamo il cinque per cento (in un contesto come già detto difficilissimo). In tutto questo Grillo non si è mai visto (tranne l’altra sera in Emilia). E questo è da tener conto.

Nel concreto un risultato ottimo, ma le ricadute mediatiche sono da prendere in conto e devono fornire uno stimolo per capire come crescere dai nostri errori. Perché siamo giovani, sono convinto che portiamo avanti qualcosa di giusto e sensato. Ma non siamo impeccabili, perché siamo UMANI. E gli umani sbagliano.

02Nov/14

Morto ammazzato dallo Stato

Stefano Cucchi è morto il 22 ottobre 2009. Sbattuto dentro per un episodio di spaccio, morto di freddo. Si presume che quattro guardie carcerarie lo percossero più e più volte.

Stefano Cucchi è morto il 31 ottobre 2014, ucciso dallo Stato e da un sistema che si autoassolve. Qualcuno picchiò Stefano, si sa chi, ma non ci sono elementi per condannarli.

Stefano Cucchi è morto, colpevole di essere nato in un sistema sballato, dove la verità dei fatti è un optional, dove il manganello è legge, dove se ti chiami Silvio Berlusconi e frodi lo Stato per milioni di euro puoi scontare la tua pena ai servizi sociali, dove se hai una tenuta antisommossa hai diritto di pestare chiunque senza ripercussioni, dove se entri in una scuola a pestare dei manifestanti inermi vieni condannato dopo 13 anni, dove se un Marò ammazza dei pescatori si fanno salti mortali per portarli in Italia, dove se ti chiami Tomaso Bruno devi restare a marcire in India, dove se sei giovane, spacci e hai problemi di salute, vieni trattato come il peggior criminale sulla faccia della terra.

Stefano Cucchi non è morto: è stato ammazzato. Percosso da chi dovrebbe difendere i cittadini, non curato da chi deve assistere i malati e con una sentenza che fa capire che lo Stato non può condannare se stesso.

Stefano Cucchi è morto perché nessuno ha accertato ls verità e nessuno ha ottenuto giustizia.